Il talento di Mr. Roggero   7 comments

Quando sento commentare una partita a Nicola Roggero provo un’immediata repulsione e confesso di essere arrivata a togliere l’audio. Sarà eccessivo, ma è più forte di me.

Lo riconosco: i suoi non sono peccati esclusivamente suoi perché quel che dice e come lo dice è comune ad altri. Ma nessuno ci mette la sua enfasi, e qui sta la differenza.

Lasciamo perdere le risate che si fa tra sé e sé. Boh… Per lui sei minuti sono trecentosessanta secondi; di solito sono quelli che mancano al termine e la conseguenza di questo suo modo di dire le cose, peraltro ingiustificato, è che il telespettatore che magari è pure coinvolto è costretto a deviare la propria attenzione dal campo alla matematica, non capendoci autenticamente un accidenti.

Ma di orpelli come questo, di barocchismi della lingua, le telecronache di Roggero sono zeppe. Come anche di metafore. E di paralleli, anch’essi fuori luogo, con altri sport. Dall’ormai leggendaria rimessa laterale che è una touche del rugby… al lancio lungo che al culmine della stagione del football americano (evidentemente da pubblicizzare visto che la trasmette Sky) è quello del quarterback al ricevitore e non di un centrocampista all’attaccante… per finire col giocatore alto che salta in mezzo all’area che è il pivot del basket… Ma basta!

Che dire poi dell’interpretazione che fa dei cosiddetti labiali di giocatori e allenatori? E’ palpabile l’autocompiacimento al che capisce che hanno esclamato un banale “Come on!”… Ora, o gli basta poco per sentirsi contento oppure nessuno gli ha fatto notare che chiunque capisce certe cose e allora diventa superfluo, per non dire inopportuno, sottolineare quel che è ovvio.

La sua scioltezza stona. Un conto è sentirsi a proprio agio, altro è dare l’impressione di essere nel completo controllo della situazione o, ancora più odioso, nel salotto di casa propria a far commenti coi propri amici. E’ talmente affettato che mi dà il voltastomaco.

E poi il suo amore incondizionato per l’Inghilterra, paese che fra l’altro è nel mio cuore. Anche se meglio farei a dire Gran Bretagna, viste le proverbiali sviolinate che riserva agli scozzesi duri e dall’accento incomprensibile… zzzzz… Dichiararsi commosso di fronte a un bambino che segue la partita abbracciato al proprio padre, però, è troppo: mi sa di ipocrisia. Per lui è tutto eccezionale, da ogni cosa si può trarre una lezione. E’ talmente retorico, benché le sue considerazioni riguardino situazioni reali, che non lo reggo.

Ancora, quando ripercorre la carriera di un calciatore mi fa cadere le braccia. C’è qualcosa di costruito nelle sue narrazioni, qualcosa che va fastidiosamente oltre la logica e l’ordine che vanno messe nelle cose. Come quando fa riferimento a certi film sul calcio (esempio Febbre a 90, che conoscono anche i sassi e su cui ormai si è già detto tutto): capolavori a dir suo, e poi giù con una serie di osservazioni prevedibili. E’ vero, il calcio va raccontato ed è inevitabile metterci del proprio, ma lui lo fa come se stesse svolgendo un compito da primo della classe, pronto a darsi da solo un bel 10 con lode alla fine di ogni telecronaca. Illudendosi di essere risultato pure simpatico, ci scommetto.

Quel che ho detto fa riferimento a verità oggettive e impressioni invece personali. Ma nessuno può togliermi dalla testa che, molto semplicemente, non ha talento.

Pubblicato gennaio 21, 2012 da giornalistisportivi in Potpourri

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Curvaiolo o modaiolo?   15 comments

Oggi ho deciso di proporvi il pezzo di un appassionato di calcio disincantato, un vero sportivo.

Avevo proprio bisogno di una boccata d’aria fresca in mezzo a tanto finto buonismo, a divertimenti che finiscono di allettare (altri) alla prima contrarietà, a professioni di imparzialità (sempre altrui) che sfumano miseramente se chi le fa è punto sul vivo.

Mi scappa da ridere pensando che ci siano alcuni presunti estimatori dello spirito inglese che cadono nella trappola della permalosità a dispetto dell’aria e dell’approccio vagamente ‘mod’ che provano ad avere. A loro dedico in particolare la chiusura del pezzo che ho scelto, evidentemente a firma di qualcuno che non deve trovare conforto in polo di particolari marche, anfibi e magari certe motorette per immergersi nel mondo anglosassone.

Perdonerete l’uso spiccatamente personale che sto facendo di questo spazio che è mio ma pur sempre dedicato a voi. Ma anche così imparerete a conoscermi meglio. A buon intenditore queste poche parole di introduzione a un articolo che mi ha conquistata, pregno com’è di entusiasmo, autentica equidistanza dalle parti e sportività. Ne riporto le prime righe per poi rimandarvi alla sua lettura completa attraverso il link.

East Enders, oltre le botte c’è di più

In Inghilterra esistono decine e decine di rivalità. Terra di derby per antonomasia (non foss’altro che per la città ove presumibilmente si giocò il primo e da cui di conseguenza viene il nome, che è inglese), le sfide tra cugini come le chiamiamo noi in Italia non sono solo stracittadine. In molti casi in palio c’è il dominio di una regione; in altrettanti anche solo di un quartiere.

Il ‘local derby’ ossia ‘di quartiere’ tradizionalmente più sentito è senza ombra di dubbio quello che vede opposti sul campo West Ham United e Millwall e sugli spalti, ma spesso anche per la strada, i loro ultrà – il che lo rende probabilmente anche il più pericoloso. Questo confronto è talmente acceso, radicato e ormai noto anche fuori da Londra e dalla Gran Bretagna che è stato citato…

http://andreaciprandi.wordpress.com/2012/01/06/east-enders-oltre-le-botte-ce-di-piu/


Può succedere a tutti   4 comments

Lo so, è una battaglia persa: inutile illudersi che il giornalismo italiano nel suo complesso si risollevi e finisca di essere il disastro che è. Però non riesco a non provare un senso di reale fastidio ogni volta che sento dire certe cose.

Oggi a Studio Sport hanno mandato in onda uno dietro l’altro due servizi sul calcio internazionale.

Nel primo, a firma Paolo Bargiggia, si è detto che la Coppa di Lega inglese ora sponsorizzata dalla Carling equivale alla nostra Coppa Italia. Come se la FA Cup, che non a caso qui è detta ‘Coppa d’Inghilterra’, non esistesse… Per evitare di dire una tale castroneria sarebbe bastato ricordare che ai tempi della Coppa delle Coppe era la vittoria della FA Cup a garantire un posto in quella competizione continentale, così come la Coppa Italia da noi. Conquistando quella di Lega invece si andava in UEFA. Mi sorge il dubbio, allora, che Bargiggia abbia studiato troppo (e su testi sbagliati) e visto troppo poco. Insomma, la peggior contraddizione per un giornalista di attualità. Paolo, pensa meno al taglio delle tue giacche e più alla sostanza.

Nel secondo, Monica Vanali (che pure mi è simpatica) ha pronunciato Racing Santander all’inglese, cioè ‘reising’. E’ questo solo l’ennesimo esempio della poca curiosità e attenzione che vengono prestate alle cose. Personalmente, non trovo meritevole né attendibile gente deputata a raccontarci le cose che non fa differenza tra inglese, spagnolo e portoghese (pensiamo anche a come viene puntualmente storpiato il nome José).

Purtroppo sono certa che in molti non abbiano fatto caso a questi errori. La gravità dello scenario sta proprio in questo: nel risultato di un’informazione pedestre a cui ci hanno indotti a credere ciecamente.

Tuttos… bagliato   Leave a comment

Oggi Tuttosport ha regalato al mondo un’altra perla.

In occasione di un’intervista realizzata col presidente del Torino, Marco Bonetto ha ideato uno dei tanti titoletti da brivido che contraddistinguono il quotidiano. La cosa tragica però è che non si è trattato di un gioco di parole, sempre che io non sia così tonta da non averlo colto…

Riportando il pensiero di Cairo, che ha attribuito allo stadio di Filadelfia un’aura di sacralità, il giornalista ha fatto riferimento a una presunta ‘aurea’.

Ora, non c’è molto da dire se non che ‘aura’ è un sostantivo e indica un alone (che può effettivamente essere di sacralità) mentre ‘aurea’ è un aggettivo femminile che fa riferimento all’oro.

La cosa si commenta da sé. Per farla breve, quindi, mi limiterò a dire che se un attributo può avere quest’ennesima figura fatta da una firma di Tuttosport non è nulla che abbia a che fare con l’oro…

Pubblicato novembre 11, 2011 da giornalistisportivi in Che cosa???

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Giornalisti delle caverne   Leave a comment

Più leggo più mi convinco che molti giornalisti si fregino di questo titolo giusto per aver frequentato una scuola. Poi si uniscono nel loro Ordine, una delle tante corporazioni di stampo similmassonico che ci sono in giro, e guai a chi li tocca. Nell’editoria, di proprietà senza scrupoli ce ne sono e tutelare i diritti contrattuali della categoria è sacrosanto, ma del diritto a una buona informazione dei lettori chi si occupa mai?

Asserviti al potere di turno come sono, nel complesso sono in pochi i giornalisti che si sollevano contro gli imbavagliamenti imposti dall’Ordine a chi canta fuori dal coro. Come se dire la propria invece che l’anima della loro professione, unitamente all’attendibilità e alla correttezza, fosse la peggior minaccia… E’ l’uniformità che preme e quel che è peggio è che quando questa riguarda anche l’approccio alle cose allora a essere diffuso è lo squallore.

Poche cose sono peggio dell’approssimazione di chi, fortunato com’è a fare un mestiere basato sulla curiosità, si limita a fare il proprio, a tirar via le cose tanto poi una smentita risolve tutto ammesso che a tanto si arrivi. Purtroppo se noi utenti siamo condizionati dalla qualità prima ancora che dalla sostanza di quel che ci è detto, la radice di questo male sta proprio in chi dovrebbe informarci che evidentemente è il primo ad accontentarsi.

La svista può starci. Ed è apprezzabile il recente tentativo di molte testate italiane di allinearsi a quelle estere che nell’ironia e nella satira hanno un punto di forza. Certi titoli forzati della Gazzetta dello Sport non si avvicinano lontanamente alla gustosissima temerarietà di testate sudamericane sulle cui prima pagine ne campeggiano alcuni che rasentano le battute da bar, ma lo sforzo è encomiabile nella sua forzata goffaggine. Chi più si prodiga sono quelli di Tuttosport, i titoli dei cui articoli però da un po’ di tempo devono necassariamente essere giochi parole, fino a risultare stucchevoli perché slegati dalla nostra sobria tradizione. E a volte, come in questo caso, dietro l’angolo c’è pure lo scivolone.

Mi riferisco all’accenno fatto ai Flintstones, nell’edizione online di stamattina, per introdurre il commento a una sentenza del tribunale di Napoli definita ‘preistorica’. Il loro nome, infatti, è stato riportato senza la T, cioè Flinstones. E questo perché? Per mancanza di accuratezza ma ancor più di gusto, perché vuol dire che i Flintstones, chi ha scritto, non li aveva nemmeno presenti. Vecchio, marcio e molle giornalismo…

G-RAI-zie di esistere   9 comments


La fiera della banalità! Con Pippo Baudo convalescente, la vena nazional-popolare ha trovato la propria naturale collocazione in un box e nella tribuna stampa dello stadio Marakana di Belgrado.

Nel prepartita, un Marco Mazzocchi in stile Marco Mengoni, coi suoi nuovi occhialoni dalla nera e ampia montatura, ha duettato a lungo col casuale, così han detto, ospite di turno: un Pierfrancesco Favino che ha dichiarato di essersi autoinvitato approfittando del suo breve soggiorno nella capitale. Dato che ha fatto spalla al conduttore per un’ora buona, c’è da chiedersi quale altro copione avessero in mente in redazione nel caso in cui l’attore fosse stato altrove…

Fatto sta che tanto per cominciare Mazzocchi ha presentato con incomprensibile orgoglio un servizio sulla cronaca che lui stesso aveva fatto della partita d’andata, quella di Genova, quella di Ivan il Terribile e del gesto del ‘tre’ che per lui doveva indicare 3 punti di penalizzazione. La cronaca per cui il mondo intero gli ha riso dietro, per intenderci. E da Belgrado Mazzocchi junior ha lanciato il servizio con la sfacciata indifferenza propria della più impunita faccia da schiaffi.
Favino, da par suo, ha inneggiato all’Italia sfoderando una retorica patetica e assolutamente poco credibile, recitando la parte peggio di quanto reciti su un set, il che è tutto dire. A un tratto ha anche ammesso di non riuscire a guardare in camera perché “là dietro c’è l’Italia, ci sono i nostri ragazzi!”. Roba da matti!

Poi, complici Collovati, Gentili e Antinelli, via alla celebrazione di quel che non c’era: dai tifosi arrabbiati agli attributi necessari a giocare in certe condizioni ambientali, manco l’Italia rischiasse di non qualificarsi oppure orde di tifosi potessero entrare in campo a menare. Che poi, dopo tanto dire su questo stadio, un buon quarto abbondante degli appena 46.000 posti è risultato vuoto…

Chicca immancabile la giostra dei nomi. Da Kolàrov con l’accento improvvisamente sulla ‘a’ come mai si era sentito finché giocava in Italia a ‘Decan’ Stankovic con la ‘c’. E ancora lo stadio che a un certo punto è diventato Marakàna e non più Marakanà. Che poi chissà come si dice davvero… In ogni caso mi è venuto in mente Nagatomò, alla pronuncia del cui nome si presta attenzione solo da quando è all’Inter mentre prima… chi se ne fregava…
Sempre grazie, ragazzi!

Rogg-era meglio se stavi zitto   6 comments


Che illusa. Pensavo che peggio di Caressa che esclama ‘No mas!’ commentando il calcio italiano non potesse esserci nulla… E invece sono stata smentita per l’ennesima volta.

Roggero (chi se non lui?) non la smette mai di ridere far sé e sé, di citare, ipotizzare, insomma, di farsi gli affari suoi con noi forzati testimoni del suo delirio – a meno che non vogliamo mettere il volume a zero da quando Sky ha ritenuto di doverci privare dell’alternativa del commento originale.

Durante la telecronaca di Stoke City-Manchester United ha iniziato col gufare il primo gol in carriera di Crouch ai Red Devils, puntualmente arrivato solo perché, è chiaro, a prospettarlo è stato lui. Ma se questa può essere una forzatura condivisa giusto dai simpatizzanti dello United, quel che segue è inoppugnabile, è cronaca, storia. E soprattutto patetico.
A un tratto fa “Feet on the ground, come direbbero gli inglesi”. Ma no… E noi in Italia cosa diciamo? Non diciamo forse anche noi “coi piedi per terra”? E allora perché usare l’inglese? Perché farne sfoggio? Se è per la traduzione letterale di un’espressione mi basta un dizionario qualsiasi! Mica devo aspettare Roggero…

Il quale Roggero, poi, di inglese ha dimostrato di sapere molto poco. Ha detto “Two wrong doesn’t make one right” vale a dire che commettendo un secondo errore non se ne cancella uno precedentemente fatto. Ora, lasciando perdere le numerose varianti sul tema di titoli di canzoni e giochi di parole, stando al detto citato da Roggero se si dice “two” si deve poi dire “wrongs” e utilizzare “don’t”, mica “doesn’t”. O no? E allora non sarebbe stato più semplice parlare italiano?

Non si complicasse sempre la vita, o anche solo le telecronache, ieri Roggero in occasione del primo rinvio sbagliato in stagione da De Gea non avrebbe detto che questo giovane portiere sta facendo amaramente rimpiangere Van der Sar sia fra i pali che coi piedi… E sarebbe parso meno scontatello di quel che evidentemente è.

Sì, perché una volta capiti i suoi passaggi mentali è facilissimo anticipare i suoi commenti. Anche se quel che è più triste è rilevare settimana dopo settimana, aneddoto dopo aneddoto, come altro non sia che un clone mal riuscito di Massimo Marianella. “Shit Marianella, you’re just a shit Marianella!”, gli canterebbero in Inghilterra. Con ‘shit’ che, mi raccomando, benché un filo volgare sta chiaramente per ‘brutta copia’. Ma sono certa che Roggero, appassionato com’è di inglese e di calcio, non abbia dubbi a riguardo. Sempre che la sua unica fonte non sia Wikipedia, e allora addio…

Pubblicato settembre 25, 2011 da giornalistisportivi in Che cosa???

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